La fotografia come un filo che tiene insieme le persone

La fotografia come un filo che tiene insieme le persone

Il weekend appena passato appartiene ad una  categoria a parte. Perché la fotografia – ancora una volta – è riuscita a intrecciare mondi diversi: immagini e parole, riflessioni, criticità e relazioni, incontri che fanno crescere e momenti semplici che diventano essenziali.

Il confronto 

Il cuore di tutto è stato il confronto con il mio lavoro durante la lettura portfolio, uno degli appuntamenti del Festival della Fotografia Etica di Lodi. Portare le proprie immagini davanti a sguardi estranei, ma professionali, è sempre un atto di vulnerabilità: ti spogli di ogni difesa e lasci che qualcunə legga dentro alle tue scelte, ai tuoi silenzi, alle tue intenzioni. Le critiche – alcune dure, altre preziose – hanno scavato in profondità, costringendomi a guardare i miei progetti da angolazioni nuove. 
La fotografia non è mai un punto d’arrivo, ma un percorso in continua trasformazione, ogni osservazione, anche quella più tagliente, può diventare un invito a crescere.

Mentre varcavo quella soglia, ho pensato a un anno fa, a quando avevo presentato il mio primo portfolio fotografico. In quell’occasione avevo raccontato nel blog l’emozione e la paura di uscire dalla mia zona di comfort, chiedendomi se fossi davvero pronta a mettermi in gioco. 👉 Oltre la zona di comfort

Keep push


Da quelle riflessioni si è aperta un’altra prospettiva con la visita alla mostra “Keep Push – Impegno continuo, impegno solidale” di Nicola Berti, promossa dal Soroptimist Club di Lodi e dedicata al lavoro di Medici con l’Africa CUAMM.
Le immagini raccontano storie di vita vissuta, ma anche di dedizione e di resistenza quotidiana nelle comunità africane più fragili.

Tutto molto lodevole. Eppure, accanto alla forza delle immagini, mi è rimasto addosso un dispiacere: pochissime relatrici hanno preso la parola, e ho pensato a quanto sarebbe stato prezioso ascoltare una ginecologa o una delle donne formate sul territorio africano – magari in streaming, se non era possibile averle lì in presenza.
Invece, mi sono ritrovata ad ascoltare (ancora una volta) un uomo che spiegava le problematiche femminili.

Alla moderatrice è toccato illustrare le finalità dell’associazione, alla docente quelle della scuola, alla presidente di Soroptimist raccontare le proprie iniziative, a chi si occupa di fotografia presentare il proprio lavoro, al docente francescano parlare di educazione.
E poi, a un uomo – medico e prete – il compito di raccontare l’altissima mortalità per parto.
Il tutto condito da un aneddoto che, pur detto con leggerezza, è rimasto lì a ronzarmi in testa: «Amina, nera e con grandi occhi… Ste ragazze sono tutte nere e con i capelli uguali.»

Una frase pronunciata sicuramente senza malizia, ma che rivela quanto certi sguardi coloniali e stereotipati siano ancora radicati anche quando non ce ne accorgiamo.
Quanto alla contraccezione, inutile dirlo: in un collegio cattolico era più probabile sentir parlare di miracoli che di prevenzione – anche se in un contesto come quello sarebbe stato un tema cruciale.

Non ho risposte pronte, ma una convinzione sì: ascoltare le donne, soprattutto quando si parla dei loro corpi e delle loro vite, non è un dettaglio, è la differenza tra raccontare “su” qualcunə e restituire una storia “da dentro”.
E forse il vero cambiamento comincia proprio lì: quando chi osserva sceglie di fare un passo indietro e lascia spazio a chi quelle esperienze le vive davvero, perché non lasciare spazio alle donne per parlare delle questioni femminili?

La leggerezza e l'amicizia

Tra un incontro e l’altro c’è stato anche tempo per la leggerezza: un pranzo in centro con la mia amica Tania, lunghe chiacchiere, risate e riflessioni che hanno intrecciato amicizia e fotografia. Anche questo fa parte del percorso: le immagini non vivono nel vuoto, ma nelle relazioni che le circondano. Sono i legami a nutrire lo sguardo, a renderlo più attento e capace di cogliere sfumature.

Il cerchio si è chiuso domenica, accanto a Franchina, nella sede della Provincia di Lodi, dove le sue opere sono esposte in mostra. In quel momento la fotografia si è fatta sguardo affettuoso e complice, uno spazio in cui non ero più autrice ma spettatrice, amica, testimone di un cammino artistico che conosco bene.
Ed è stato come vedere materializzarsi, fuori da me, tutto ciò che queste giornate mi avevano insegnato: il valore della condivisione, dell’ascolto, della presenza reciproca.

Le storie 

Alla fine porto con me la certezza che la fotografia non è mai soltanto immagine. È relazione, dialogo, confronto: un linguaggio che mi mette in contatto con le altre persone e che mi fa scoprire chi sono realmente.

Forse è proprio questo il suo potere più grande: trasformare le esperienze in legami, e i legami in storie da raccontare.

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