Conosci Louise Brooks?


L’avrai vista anche tu. In qualche foto in bianco e nero. Il caschetto nero, lo sguardo magnetico. Quell’aria che sembra dire: “non mi possiedi”. Quello che pochə sanno è che dietro quell’immagine c’era una donna che passava gli anni a essere guardata senza poter parlare.

Dal corpo alla parola

Louise Brooks nasce nel 1906, Kansas. Danzatrice negli anni ’20. Il corpo che parla, senza mediazioni. Ma il corpo femminile libero fa paura, da sempre. 
Nella fine degli anni ’20: diventa famosa nel cinema muto in Germania, Stati Uniti con il film Il vaso di Pandora nel 1929. Diventa icona immediata. Ma il racconto non è suo, è quello di registi, produttori, gli studios che decidono tutto. Lei è lì, al centro dell’inquadratura, eppure non conta niente. Nel 1929, il 9 febbraio, Il vaso di Pandora debutta a Berlino. Brooks non è solo sullo schermo: la sua presenza non spiegava, non seduceva nel modo atteso. Critici la trovano “inadatta”, scandalizzati da come il film mostra persino attrazione tra donne. Ma quella performance è così diversa da quello che Hollywood pretendeva che diventa leggenda prima ancora che la carriera esploda davvero. (en.wikipedia.org)

Hollywood la vuole come musa. 

Una musa che non si comporta da musa è un problema. Lei non compiace, non ringrazia, rifiuta contratti, rifiuta compromessi, rifiuta di piegarsi. E il sistema fa quello che sa fare meglio: la espelle.

Anni ’30 e ’40. Non la vogliono più, diventa invisibile. 

“Vivevo in una sorta di incubo. Mi ero perduta nei corridoi di un grande albergo e non riuscivo più a ritrovare la mia camera. Ero sfiorata da altre persone, ma avevo l’impressione che non potessero né vedermi né udirmi… così sono fuggita da Hollywood e tuttora non ho ancora smesso di scappare.” (latestatamagazine.it)

Più che una confessione, è un atto di lucidità: la fama non basta, non basta il corpo se la voce non è tua.

La scrittura: nuova vita

Anni ’50, ’60. Louise scrive di cinema, di  Hollywood, attrici, attori, registi. E soprattutto scrive di cosa conosce bene, da dentro, tagliente, lucida, ironica. Nessuna indulgenza, nessun sentimentalismo, non romanticizza il passato, non si dipinge vittima, non cerca scuse. Nomina le cose, le guarda e basta.

Nel 1955 Henri Langlois dedica una mostra ai suoi film alla Cinémathèque Française, proiettando i suoi lavori dando nuovo significato al suo ruolo nel cinema muto. Nel 1956 James Card, curatore dell’archivio dell’Eastman House di Rochester, la invita a trasferirsi lì per studiare film e scrivere. Da quel momento la parola diventa la sua nuova forma di presenza nel mondo del cinema, ma dalla sedia di uno studio di archivio, non davanti a una macchina da presa. (enciclopediadelledonne.it)

Qui Louise scrive articoli e saggi sul cinema muto, analizzando registi, attrici e attori e l’uso del corpo femminile sullo schermo. La sua voce è critica, lucida, ironica, senza mai indulgere a retorica glamour:

“La grande arte del cinema non consiste nel movimento del viso e del corpo… ma nei movimenti del pensiero e dell’anima trasmessi in una sorta di intensa solitudine.” (New Yorker)

Negli anni ’70 scrive anche a Guido Crepax:

“Hai portato la pace ai miei ultimi anni. Per 69 anni sono stata freneticamente alla ricerca di me stessa… ora posso disintegrarmi comodamente a letto con caffè, libri e sigarette.” (enciclopediadelledonne.it)

E ancora, ironica e auto-critica:

“He understood my passion for books, which has made me perhaps the best-read idiot in the world.”

Louise Brooks qui non è un’icona, è una donna che ride e riflette, che ha trovato la sua voce dopo anni di silenzio imposto.

L’immagine che sopravvive alla donna

Negli anni ’60, il suo volto gira ancora. Nasce Valentina, di Guido Crepax. Il caschetto, lo sguardo, l’estetica. Ma Valentina non è Louise Brooks. Valentina è pensata da uno sguardo maschile. Colta, sofisticata, apparentemente libera, ma resta prigioniera della rappresentazione. Il corpo è messo in scena, sezionato, la libertà narrata, mai vissuta.

Louise Brooks invece? Non ha mai accettato di essere raccontata da altri. Quando il cinema l’ha ridotta a immagine, esce di scena, quando riprende la parola,  negli anni ’50, lo fa a modo suo, senza chiedere permesso e senza compiacere.

Il contrasto è netto: Valentina eredita un corpo, perde una voce. Louise Brooks perde il corpo, conquista la parola. Dal corpo alla parola. Non una redenzione, ma un rovesciamento.

Il vaso di Pandora

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