Donna Gottschalk e i selfie prima dei selfie 🌈

Donna Gottschalk fotografa la vita dagli anni Settanta. Non la “grande storia”, ma proprio la vita: quella che succede in cucina, sui divani, nelle stanze vissute.
Le sue fotografie oggi vengono esposte, studiate, apprezzate. Ma nascono in modo semplice: dal desiderio di fermare i volti che ama. E questa, secondo me, è già una forma di cura.


©Donna Gottschalk. Self-portrait with JEB, E.
9th Street, New York, 1970. Courtesy: Marcelle Alix, Paris.

Jeb

Nel 1970 si fotografa con Jeb. Un autoscatto spontaneo, prima che la parola selfie diventasse complicata e carica di significati, aspettative e giudizi sociali. Donna sorride, Jeb sorride, nessuna posa strategica, nessun manifesto, solo un momento tranquillo. Potrebbe stare nell’album di qualunque coppia: “estate del ’70, noi”.


©Donna Gottschalk
Fire Escape, E. 9th St., NYC, 1968.  Courtesy: Marcelle Alix, Paris.

Donna fotografa amiche, amanti, relazioni, famiglie scelte. Le immagini circolano anche in contesti militanti, come il giornale Come Out!, ma nascono prima di tutto per restare vicine alle persone ritratte.


©Donna Gottschalk. 
Chris, Robin, Sally, Binky and I, E. 9th St., NYC, 1967. Courtesy: Marcelle Alix, Paris.

La vita che vive

Negli anni Sessanta e Settanta partecipa ai movimenti di liberazione negli Stati Uniti, al Gay Liberation Front, al primo Pride di New York. In una foto indossa uno slogan ironico e diretto: "I am your worst nightmare, I am your best fantasy". Non esattamente timida. Eppure, quando scatta, non cerca propaganda né effetti speciali. Fotografa le persone attorno a sé come si fotografano quelle di famiglia: perché fanno parte della propria vita.
Questa coerenza silenziosa, oggi, appare enorme.


©Donna Gottschalk. 
Helaine on her girlfriend's lap, Provincetown, Massachusetts, 1973. Courtesy: Marcelle Alix, Paris.

Gesti ordinari

In una fotografia due donne si abbracciano, sedute una in braccio all’altra. Sorridono. Potrebbe essere chiunque. Potrebbe essere ovunque. Eppure, per molto tempo, scene così non hanno trovato spazio negli album ufficiali. Ed è proprio questo il punto: l’affetto non ha bisogno di effetti speciali. Non ha bisogno di sottotitoli. Esiste e basta. 


©Donna Gottschalk. 
Myla 16 years old, Mission District, San Francisco, 1972. Courtesy: Marcelle Alix, Paris.

Myla

Sua sorella Myla appare in molte immagini nel corso degli anni. La vediamo giovane, sdraiata su un divano, con uno sguardo diretto che sembra dire: “eccomi”.
Donna la fotografa nel tempo, senza trasformarla in simbolo. La guarda come si guarda qualcun3 che si conosce bene: con attenzione e familiarità.

C’è qualcosa di semplice e forte in questo restarle accanto con una macchina fotografica in mano. Myla, originariamente nata come Alfie, affrontò violenze transfobiche oltre che difficoltà di salute e lavorative legate alla sua identità. Morì all'età di 56 anni nel 2023.


©Donna Gottschalk. 
Self-portrait, Maine, Summer 1975. Courtesy: Marcelle Alix, Paris.

La quotidianità

Nel 1975 Donna si fotografa di nuovo, in una casa nel Maine. Sdraiata su un letto, luce naturale, oggetti qua e là. Anche questa scena è semplice, e incredibilmente viva.
Guardando tutte le fotografie insieme, si percepisce una famiglia affettuosa, relazioni che si scelgono e si coltivano, sorrisi, pause, complicità. Momenti ordinari di una donna che fotografa ciò che per lei era quotidiano… e che oggi ci mostra la bellezza di quella vita vissuta.

Guardate insieme, tutte queste fotografie restituiscono una vita lesbica che non ruota costantemente attorno allo scontro con l’esterno. Ci sono relazioni, tempi morti, affetti, stanchezza, quotidianità. Donna privilegia l'autenticità del ritratto, senza scenografie né commercializzazione. Tutto ciò che spesso manca nelle narrazioni pubbliche, anche in quelle più inclusive. Il loro "coraggio, la loro lotta e la loro bellezza" erano le ragioni alla base del bisogno primordiale di Donna di scattare fotografie.

Confrontando queste immagini con il mondo attuale ho pensato che nel presente, spesso le identità queer sono chiamate a spiegarsi, a rappresentare qualcosa, a diventare un messaggio. Le fotografie di Donna Gottschalk fanno l’esatto opposto, perché mostrano in modo molto semplice situazioni che esistono, da sempre, senza bisogno di giustificazioni.

Un lavoro riscoperto

Negli ultimi anni il lavoro di Donna Gottschalk è stato riscoperto ed esposto in modo sistematico, a partire dalla mostra Brave, Beautiful Outlaws al Leslie-Lohman Museum of Art di New York, fino alle esposizioni europee, tra cui Ce qui fait une vie dal 6/4 al 20/5 2023 presso la Galleria Marcelle Alix di Parigi. 

Le fotografie pubblicate in questo articolo sono diffuse con la gentile concessione della Galleria Marcelle Alix di Parigi, con titoli e crediti originali.

Negli stessi anni

Negli anni Settanta, mentre Donna Gottschalk, in America, fotografava ciò che viveva ma che la società non voleva riconoscere: relazioni, famiglie, affetti, Lisetta Carmi fotografava corpi e identità che la società italiana preferiva non vedere.

L'articolo qui👉Oltre l'obiettivo: Lisetta Carmi e le vite invisibili

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