La costola che non stava al suo posto

Una serata speciale con le amiche, sorelle, di viaggio e di vita, in senso stretto e in senso largo. Avevamo già visto Rita Pelusio in Giovinette, le calciatrici che sfidarono il duce e in Lo sciopero delle bambine e sapevamo cosa aspettarci: bravura, lucidità, intelligenza, irriverenza, e un certo tipo di ironia spiazzante.  Dopo aver visto Eva, diario di una costola, le mie compagne di serata sono uscite entusiaste e grate tanto quanto me. Quel tipo di gratitudine che si prova quando uno spettacolo ti dà qualcosa che speravi tanto di ricevere.

"Caro Diario, oggi ho mangiato la mela, mi sa che Lui non l'ha presa molto bene..." 

Niente di scontato


Si ride, con Rita, la sua è un'ironia dirompente. Ma non è un'ironia che puoi archiviare come intrattenimento e dimenticare quando tutto è finito. La risata è quella che ti scappa mentre la battuta sta atterrando su un punto che pensavi fosse quasi scontato, e improvvisamente ti riconosci.

Il testo parte da un'immagine arcinota, quasi banale: la donna nata da una costola. Una storia così antica che abbiamo smesso di pensarci. Sul palco, quella costola smette di essere un dettaglio secondario della Genesi e diventa il centro esatto della scena.

Lo spettacolo nasce dal Diario di Eva di Mark Twain (1906), che Pelusio usa come pretesto. La drammaturgia è costruita con Alessandra Faiella, Riccardo Piferi e Marianna Stefanucci, la regia è di Marco Rampoldi. In scena, Marta Pistocchi al violino avvolge ogni parola in un suono: accompagna, amplifica, a tratti commenta.

I corpi delle donne

Eva prende parola. Non è più la colpevole del disastro universale, ma una voce che riflette, ironizza, si contraddice, si ribella. Pelusio tiene insieme passato e presente con una naturalezza che non sembra mai costruita: il mito biblico dialoga con le aspettative che ancora gravano sui corpi delle donne, con il lavoro precario, con la maternità idealizzata, con la fatica di essere sempre all'altezza. Con la giovinezza, la vecchiaia, il presente incerto, il futuro ancora di più.

La cosa che mi ha colpita è quanto questo testo sia perfettamente aderente al presente. Ed ho verificato una volta ancora che, come sempre con Rita, il testo non è mai lo stesso nelle diverse rappresentazioni, ma si evolve, si adatta al contesto attuale, e che le esce direttamente dal cuore, con enfasi, con la passione che la contraddistingue.

La mela, in scena, simbolo del peccato. È il simbolo della scelta e della disobbedienza. E la disobbedienza femminile continua a essere letta come eccesso, come qualcosa che richiede giustificazione. Una donna che alza la voce, pretende spazio, non si accontenta, è ancora percepita come troppo.

Pelusio non fa lezioni, non offre soluzioni, non divide il mondo in chi capisce e chi no, ma tiene insieme ironia e profondità con una precisione quasi chirurgica, cambiando registro senza che si senta mai la cucitura.

Pace o disturbo dell'ordine?

Uscendo avevo un leggero disagio, quello che arriva quando qualcosa ti riguarda più di quanto saresti disposta ad ammettere. Mi sono chiesta quante volte ho ridimensionato un desiderio per evitare conflitti. Non per mancanza di coraggio, ma per stanchezza. Per quella comodità silenziosa che assomiglia alla pace e invece è solo quieto adattamento.

Ho pensato che restare immobili per non disturbare l'ordine delle cose è molto più inquietante di qualsiasi espulsione dal paradiso. 

Ho anche capito anche che è valsa la pena andarla a vedere. Soprattutto in buona compagnia. 
Grazie Rita e Marta!

EVA – DIARIO DI UNA COSTOLA. Con Rita Pelusio e Marta Pistocchi (violino). Regia Marco Rampoldi. Drammaturgia: Rita Pelusio, Alessandra Faiella, Marianna Stefanucci, Riccardo Piferi. Produzione PEM Habitat Teatrali. Dal Diario di Eva (1906) di Mark Twain. Visto al Polo culturale Mulino di Vione, Basiglio il 28 febbraio 2026.

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La colonna sonora (nella mia testa)😁