Le autrici
L'iniziativa organizzata con il supporto del Comune, è stata guidata dall’assessora alle pari opportunità, Manuela Minojetti, che ha moderato le autrici durante gli interventi.
Vale la pena segnalare che, all’inizio della presentazione, è emersa un’affermazione infelice: un’osservazione sui femminicidi come fenomeno recente che è stata subito chiarita, ricordando che i casi esistono da secoli, venivano giustificati come delitti d'onore, anche se il termine è moderno.
Il libro
Il libro si propone come uno strumento di riflessione. Non offre soluzioni rapide o ricette universali, ma una lente per osservare le relazioni: con se stessə, con il partner, con chi ci circonda. Invita a distinguere tra ciò che è istintivo e ciò che è ragionevole, tra ciò che appare normale e ciò che può essere un segnale di rischio.
Il valore del libro sta nell’approccio: niente retorica, niente elenchi di femminicidi come freddi numeri. Si concentra invece sulla dimensione relazionale e simbolica, proponendo una lettura lucida e affettiva allo stesso tempo. È un invito a guardare le relazioni con più attenzione e consapevolezza.
Il mio sguardo
Il lavoro delle autrici è frutto di studio, esperienza e passione. Ciò che invece emerge come punto di riflessione è quanto contino le parole quando parliamo di violenza di genere.
Le parole non descrivono solo: costruiscono significati, orientano lo sguardo, definiscono ciò che riteniamo normale o straordinario, visibile o nascosto. Una parola usata nel modo sbagliato può cambiare completamente il senso di ciò che leggiamo o raccontiamo.
Questo libro invita a fermarsi, osservare e riflettere, per capire meglio le dinamiche che ci circondano. In un contesto in cui i femminicidi rischiano di diventare notizie indignanti e subito dimenticate, fermarsi a pensare, interrogarsi e scegliere le parole giuste è già un modo di agire.
La breve storia di una parola
Oggi parliamo di femminicidio, ma non sempre è stato così. Il termine è recente, ma il fenomeno no. Fino al 1981 in Italia esisteva il cosiddetto delitto d’onore (art. 587 c.p.), che prevedeva pene molto ridotte per chi uccideva la moglie, la figlia o la sorella “per difendere l’onore”.
Era una norma che rifletteva la mentalità dell’epoca: l’offesa all’onore maschile poteva essere considerata prioritaria rispetto alla vita femminile, e l’uccisione di una donna poteva essere in qualche modo giustificata. Con l’abolizione di questa norma, la legge italiana ha finalmente riconosciuto che uccidere una donna per motivi di genere non può essere attenuato o legittimato.
Il femminicidio
Il termine femminicidio nasce per dare un nome preciso a ciò che prima veniva raccontato in altri modi: indica l’uccisione di una donna perché è donna, all’interno di un rapporto di potere e dominio. Non è solo una parola, ma una lente per leggere e riconoscere la violenza di genere nella società, nella cultura e nelle relazioni quotidiane. Il linguaggio evolve, e scegliere le parole giuste è parte della responsabilità di chi racconta e di chi legge.
Un invito a guardare oltre
Leggere Il femminicidio non è un raptus significa allenare lo sguardo: imparare a vedere ciò che spesso resta invisibile, a cogliere segnali di rischio prima che diventino tragedia. Significa capire che la violenza non è mai un impulso improvviso, ma il risultato di dinamiche profonde e ripetute. E soprattutto, significa ricordare che ogni parola conta. Quando raccontiamo o leggiamo storie di violenza, le parole possono proteggere, chiarire, fare attenzione… oppure confondere, sminuire, nascondere. Scegliere le parole giuste è un atto concreto, il primo passo per cambiare lo sguardo sulla realtà.
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