La Fondazione Cosway mi ha accolta per la mostra “I Loretz - Una famiglia di ceramisti e pittori tra Lodi e Milano a fine Ottocento”, ma non immaginavo che tra vasi, piatti e dipinti ritrovati avrei trovato un ponte verso un’altra esperienza...
L’incontro con un’opera
Appeso alla parete, c’era un dipinto di Alina Marley. Diverso da quello che avevo visto nello spazio Archinti e del quale avevo scritto, ma con la stessa capacità di catturare un piccolo universo in un solo campo visivo. E proprio sotto quel dipinto: gli oggetti reali rappresentati nell’opera, un vaso, un piatto, un altro vasetto. Non copie, non reinterpretazioni. Proprio loro, davanti ai miei occhi. Mi sono fermata. Di solito funziona al contrario: prima esiste la realtà, poi qualcunə la osserva e la trasforma in arte, ma questo è stato un salto ne tempo, perché gli oggetti esposti sono davvero quelli ritratti, quelli originali. Qui ero davanti a entrambi nello stesso momento: immagine e materia, e io che cercavo di capire cosa stessi davvero guardando.
Uno sguardo alla battaglia
E poi c’era il grande dipinto della Battaglia sul ponte di Lodi. Lo guardavo non solo come scena storica, ma con l’occhio curioso che cerca dettagli insoliti. La fabbrica di ceramiche dei Loretz si intravedeva tra i soldati e le architetture, un piccolo filo che legava l’epopea militare alla storia della famiglia di artisti che stavo scoprendo.
Non potevo non notare la chiesa della Maddalena di Lodi che conosco bene, all'epoca ancora senza facciata, e l’unica donna della scena, intenta a rubare vestiti e oggetti da un soldato morto. Intorno, soldati valorosi combattevano; e Napoleone, lì presente, a sua volta falso storico ma potentissimo nel creare mito.
Ho pensato a quella donna. Da un lato, può essere letta come specchio della la donna ai margini, non eroica, quasi problematica, mentre il vero coraggio è maschile. Dall’altro, potrebbe essere solo un contrasto narrativo, un dettaglio che il pittore (Pietro Bignami) ha voluto inserire per vivacizzare la scena. E poi c’è la realtà: forse era povertà, bisogno, sopravvivenza. In ogni caso, quel gesto minuscolo mi costringe a interrogarmi sul mondo invisibile che la grande storia spesso ignora. Piccoli dettagli che raccontano più della storia ufficiale, gesti nascosti e tensioni che l’arte sa mettere sotto gli occhi di chi sa guardare.
Oggetti che parlano

Tra le ceramiche, il grande piatto firmato Carlo Loretz, prestato da un collezionista che aveva visitato la mostra, emergeva come un tesoro ritrovato: da oggetto privato a patrimonio condiviso, da passione personale a memoria collettiva.
Guidatə dalla curiosità
Marina Arensi, membro del comitato scientifico della mostra, ci accompagnava con passione e conoscenza rendendo facile cogliere dettagli e ritmo, e ogni sorpresa arrivava da quegli oggetti che erano sopravvissuti agli anni, riemersi dal tempo, portando con sé un racconto che potevo osservare da vicino.
Il dialogo tra tempo e materia
Quella che resta impressa non è solo la bellezza degli oggetti o la precisione dei dipinti, ma il dialogo tra storia e memoria, tra gesto umano e mito. È come se il tempo avesse fatto un giro largo per poi richiudersi e io fossi arrivata nel punto esatto in cui tutto si incontra. Quante cose invisibili non sono tali perché non esistono, ma perché nessunə le riconosce? Questa mostra mi ha ricordato che osservare, e tenerne memoria in questo blog è un modo per dare voce a ciò che il tempo sembrava voler nascondere.
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