La bici è libertà. A volte di essere ostacolata

La mattina parto sempre con una domanda semplice: oggi la ciclabile sarà libera? Spoiler: no. C'è quasi sempre qualcunə parcheggiatə sopra, un furgone, un SUV, l'automobilista del "solo un attimo" che dura tutto il tempo necessario a farmi uscire dalla ciclabile. A forza di vedere queste cose, rischi di convincerti che sia normale, ma non lo è. È solo che ci siamo abituatə.

La bici è libertà

Perché usare la bici in città, in Italia, è ancora un continuo adattarsi a qualcosa che non è stato progettato per te, e nemmeno per essere rispettato davvero. Eppure la bici ha una cosa che cambia tutto: la continuità. Mi muovo, decido io, accorcio le distanze, evito le fermate isolate che a piedi mi lascerebbero esposta. 
A piedi mi sembra di non arrivare mai, in bici invece attraversi, e questo cambia completamente il modo in cui stai nello spazio. La bici è libertà, dà autonomia, controllo sui tempi, e per le donne risulta persino meno ansiogena di una fermata dell'autobus alle dieci di sera. Il che la dice lunga su quanto siano sicure le fermate dell'autobus in Italia, ma questo è un altro discorso. 

Eppure, se osservi bene, le strade moderne non sono state progettate pensando a questo. Sono state costruite intorno a chi si sposta chiusə dentro la propria auto e a un modello di viabilità “standard”: di chi si muove tra casa, lavoro, supermercato, senza deviazioni, senza vulnerabilità. 

Urbanistica di genere: corpi nello spazio

Come evidenziato da Elisa Gallo nell'articolo Città sostantivo maschile nella rivista BC di FIAB, le infrastrutture  progettate tenendo conto di vite e corpi reali, non dell'utente media astratta e immortale, rendono la città più sicura e accessibile per tuttə. Autonomia e sicurezza non sono optional da richiedere con una supplica al Comune. Sono diritti.

Nel resto d'Europa, intanto, hanno fatto i compiti
Vienna e Copenhagen: ciclabili larghe, continue, illuminate, pensate come infrastrutture vere e non come bonus di fine cantiere, con marciapiedi progettati per tuttə. Parigi: 180 km di nuove piste e moderazione del traffico, per cicliste e ciclisti e per la vivibilità dei quartieri. Bologna è l'unica città italiana a posizionarsi nella top 30 delle città più bike-friendly al mondo secondo il Copenhagenize Index 2025, piazzandosi al 25° posto, e sì, ogni volta che lo si ricorda si sente un lieve disagio collettivo nel resto dello Stivale. A Bruxelles perfino il bike sharing incontra resistenza da parte delle donne perché le strade sono percepite come insicure, ma almeno ci sono movimenti che lo rivendicano ad alta voce.

Pedalare, quindi, diventa un atto politico
Perché anche quando le ciclabili ci sono, non sono percepite come spazio legittimo, ma come qualcosa che si può usare "se non dà fastidio". E questo crea più insicurezza ancora della loro assenza, perché ti illude di avere uno spazio che in realtà può sparire da un momento all'altro. Pedalare cambia significato perché rende visibile questa contraddizione. Tu sei lì, ti muovi in uno spazio che esiste ma non è riconosciuto fino in fondo, e la tua presenza diventa una specie di attrito.

E poi c'è Lodi


A Lodi questa cosa si vede benissimo. Le ciclabili ci sono, ma basta un attimo perché qualcunə le trasformi in parcheggio, con la tranquillità di chi sa che, in fondo, può farlo impunemente. Non è distrazione, è prepotenza. 
Chi ha quattro ruote occupa, chi ne ha due si adatta e ci deve girare intorno. E alla lunga ti abitui anche a questo. Ti abitui allo slalom, alle deviazioni, a considerare normale che lo spazio pubblico non sia davvero per tuttə. Forse servirebbe, da parte della politica, meno attenzione al consenso, e un investimento più cospicuo di quello fatto finora, che è stato molto, ma non ancora abbastanza. Non per fare polemica e neanche estetica urbana, ma per evitare che ogni spazio senza protezione su marciapiedi e ciclabili diventi un parcheggio temporaneo. 
La bici non è un monumento al coraggio, è uno specchio, perché
quello che riflette non è solo un problema di urbanistica o di piste ciclabili fatte male. Riflette un'abitudine molto più radicata: l'idea che qualcunə possa occupare spazio senza porsi il problema di chi sta intorno. 
A questo punto la domanda diventa personale:
quando vedi una bici costretta a scendere dalla ciclabile, a spostarsi, a rallentare, ti sembra normale solo perché, in fondo, non sei tu a doverti spostare?
...
Già vi sento bofonchiare: "Eh, si ma voi ciclistə però..."😂

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