Rileggere Audrey, oggi

Foto Comet Photo AG (Zürich)
Non so mai davvero da dove ricominciare quando ritorno su una figura come quella di Audrey Hepburn. Più la si guarda, più si ha la sensazione che ne esistano versioni diverse, tutte in qualche modo vere e tutte, allo stesso tempo, incomplete. Il problema non è lei ovviamente, ma il modo in cui viene costruito ciò si sceglie di ricordare.

Di Audrey Hepburn si è scritto e detto tantissimo. Forse troppo per pensare che ne esista una sola versione. Ed è proprio questo il punto: più una figura diventa iconica, più si moltiplicano gli sguardi che la raccontano, fino a renderla mai del tutto definitiva. Audrey Hepburn è stata a lungo associata a un’immagine di fragilità elegante, quasi inerme. Un corpo esile, uno sguardo che sembra chiedere protezione. Ma questa immagine semplifica una persona più complessa: sensibile, sì, ma anche determinata, caparbia, capace di scelte nette e di una continuità rara.

Una questione di prospettiva

Questa complessità emerge nella biografia Audrey. La biografia definitiva, che ho letto in questi ultimi giorni. È un libro scritto dal figlio Sean Hepburn Ferrer insieme a Wendy Holden, e proprio per questo attraversato da uno sguardo affettivo, inevitabilmente selettivo. Non è una questione di verità o falsità, ma di punto di vista: quella di chi racconta con affetto. E quando lo sguardo è così vicino, la questione non è solo cosa viene detto, ma cosa viene scelto e cosa invece diventa marginale.

Dentro questo racconto emerge l’infanzia vissuta nei Paesi Bassi durante l’occupazione nazista. Un tempo segnato dalla fame e dalla guerra, in cui la biografia familiare racconta forme di aiuto e solidarietà: le raccolte di fondi, il sostegno a chi non aveva nulla, i contatti con reti clandestine, gli episodi di protezione e aiuto a persone in fuga. Tra questi, il rifugio offerto per un periodo a un aviatore britannico e la partecipazione a forme di comunicazione e supporto a chi si nascondeva dai nazisti. In quell’epoca non esisteva una sola forma di resistenza. Per molte persone significava sopravvivere, aiutare, proteggere chi e come si poteva, cercare solidarietà in un contesto che la negava ogni giorno. 

Una presenza concreta

Fotocollectie Anefo
Nel tempo, Audrey Hepburn è diventata anche Ambasciatrice per UNICEF, ha portato il suo impegno umanitario in diverse parti del mondo, trasformando una sensibilità maturata anche dentro l’esperienza della guerra in una presenza concreta accanto all’infanzia più fragile.

E in questa stratificazione di immagini si inserisce anche un dettaglio attuale e interessante: la sua presenza è stata richiamata in contesti di memoria antifascista come quelli dell’ANPI (Audrey ANPI, Milano, 2020). Sicuramente non per un’appartenenza alla Resistenza italiana, ma come segno di una memoria più ampia della guerra e delle sue conseguenze civili.

Forse è proprio qui che le diverse versioni di lei si incontrano: nell’immagine pubblica, nella memoria familiare, nel lavoro umanitario, e nella memoria collettiva che continua a riscriverla. Il punto non è stabilire quale Audrey sia quella vera, ma chiedersi perché alcune parti della sua vita vengano messe al centro e altre lasciate ai margini.

Una vita complessa

Foto: Gerber, Hans 
Detto tutto questo, Audrey Hepburn resta una delle attrici e delle donne che ho sempre amato. Non mi stanco di rivedere i suoi film, ascoltare le sue interviste e riscoprirla ogni volta da un punto leggermente diverso. Audrey Hepburn è l'esempio possibile di come una vita complessa possa diventare un’immagine condivisa, e di come venga continuamente rielaborata. Tutto questo non riguarda solo chi è stata lei, o chi sono stati i partigiani e le partigiane, ma come decidiamo di guardare ciò che chiamiamo memoria, semplificandola.

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