Il manicomio come specchio - Donne, fotografia e potere nei manicomi italiani tra Ottocento e Novecento

Immagini su concessione dell’Azienda USL di Reggio Emilia IRCCS – Prot. 39545/2026. Vietata l’ulteriore riproduzione

Una stanza, tre letti in ferro battuto, una finestra.
La fotografia è del 1959, scattata all’ex Ospedale Psichiatrico San Lazzaro di Reggio Emilia. Dentro non c’è nessunə, eppure è piena di presenze.
Ci sono arrivata sfogliando Il volto della follia. Cent’anni di immagini del dolore, trovato per caso tra libri usati. È da lì che è iniziato tutto.
E da una forma di empatia che non mi aspettavo. Un libro trovato tra i volumi usati di una nota libreria di Lodi, pubblicato da Skira nel 2006, in occasione della mostra omonima a Palazzo Magnani.
Sfogliarlo è stata un’esperienza che ha lasciato il segno.

Il corpo come documento

A partire dalla seconda metà dell’Ottocento molti manicomi europei iniziarono a fotografare sistematicamente i propri e le proprie degenti. Era un periodo in cui la psichiatria cercava una legittimazione scientifica e la fotografia sembrava lo strumento perfetto per classificare, documentare, rendere visibile la malattia mentale. Il caso più studiato è quello di Jean-Martin Charcot alla Salpêtrière di Parigi. Le sue pazienti venivano fotografate durante le crisi isteriche in sessioni messe in scena: pose studiate, luci calibrate, didascalie precise. Le tavole dell’Iconographie photographique de la Salpêtrière portano titoli come “Extase” o “Hallucinations: angoisse”.

Guardo quei volti e penso che assomiglino poco alla follia. Assomigliano al dolore, alla stanchezza, a qualcosa che potrebbe essere persino una preghiera.

Al San Lazzaro l’approccio era diverso. Più sobrio, naturale e sicuramente meno spettacolare. Nessuna teatralità.

Le donne del San Lazzaro

I fotografi Emilio Poli e Giovanni Morini lavorarono al San Lazzaro tra il 1892 e il 1906. Ogni ritratto che scattavano finiva in  album, ordinato per data di ingresso, accompagnato dal nome della paziente, dal giorno del ricovero e dalla diagnosi. Eppure sfogliando quelle pagine succede qualcosa di inatteso.

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In una fotografia un gruppo di donne posa davanti a un’imposta chiusa. Lo scatto è semplice, una scena di vita che sembra quasi normale, un gruppo di amiche sedute e in piedi al sole, mentre parlano e scherzano. Eppure colpisce per la sua crudezza: i corpi numerati, i capelli rasati, le loro identità ridotte a una presenza collettiva.

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Due donne fotografate davanti a un muro guardano a terra, come se volessero sottrarsi all’obiettivo. Una dall'aria sofferente, l'altra con le mani sui fianchi, la schiena dritta, un’espressione composta e concentrata, entrambe stanno osservando qualcosa a terra.


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Un’altra ancora è appoggiata al muro, oppure seduta con le mani in grembo, la schiena dritta, un’espressione composta, lo sguardo perso nel vuoto, quasi sognante. Queste donne potrebbero essere chiunque, in qualunque luogo. C’è qualcosa in questi ritratti che sfugge alla logica della fredda catalogazione. Una presenza viva, umana che la fotografia ha catturato suo malgrado.

La diagnosi come sentenza sociale

Le cartelle cliniche di altri manicomi italiani di quel periodo raccontano storie che sorprendono ancora.


Ida Peruzzi
, moglie dello scrittore Emilio Salgari, fu ricoverata a Collegno nel 1911. La diagnosi: “erotismo fisiologico esagerato”. Non uscì più dal manicomio. 
La sua storia fu raccontata dalla studiosa piemontese Bruna Bertolo nel libro Donne e follia in Piemonte.


I
da Irene Dalser
sostenne con convinzione di
aver sposato Benito Mussolini e di avere avuto un figlio da lui. Quando la sua presenza diventò politicamente scomoda, fu internata. Morì nel 1937 nel manicomio di San Clemente. La sua storia è raccontata nel film Vincere del 2009. 
Questi casi sono diventati noti perché i nomi erano noti. Ma accanto a loro ci sono migliaia di storie rimaste senza voce, come quelle delle donne rasate del San Lazzaro, le cui fotografie sono arrivate fino a noi senza che si sappia quasi nulla delle loro vite.

Un mondo sommerso che la serie Rai Le libere donne ha riportato all’attenzione del grande pubblico. La storia nasce dal romanzo autobiografico Le libere donne di Magliano di Mario Tobino del 1953, che lavorò nel reparto dell'ospedale psichiatrico femminile di Maggiano per oltre quarant’anni, e il libro da cui la serie è tratta è uno dei pochi testi capaci di restituire dignità narrativa a queste esistenze. Lo fece molti anni prima che Franco Basaglia trasformasse quella consapevolezza in riforma (1978). 

Per approfondire

Chi volesse andare più a fondo può partire da Malacarne di Annacarla Valeriano (Donzelli), che ricostruisce le storie delle donne internate durante il fascismo usando cartelle cliniche, fotografie, diari e lettere: non solo donne considerate fuori dalla norma, ma bambine abbandonate, ragazze vittime di violenza, mogli travolte dalla guerra. Oppure da Storie dal manicomio di Francesco Paolella, undici vite ricostruite proprio dalle cartelle del San Lazzaro, tra gli anni Settanta dell'Ottocento e gli anni Quaranta del Novecento. 
Dieci giorni in manicomio di Nellie Bly è un caso a parte: giornalismo d'inchiesta ottocentesco, una donna che si finge pazza per raccontare dall'interno le condizioni di Blackwell Island, e che suona stranamente contemporaneo. E poi c'è Alda Merini, che quella cosa l'ha vissuta davvero: L'altra verità. Diario di una diversa è un libro che alterna orrore e solitudine, e che a tratti sembra scritto da una delle donne di queste fotografie.
Negli anni il mondo dei manicomi è stato raccontato anche dal cinema e dalla letteratura. Alcuni film aiutano a comprendere meglio quel sistema e il cambiamento che lo ha attraversato. In Vincere, il regista Marco Bellocchio ricostruisce la vicenda di Ida Dalser, internata dopo aver rivendicato il matrimonio con Benito Mussolini. Il film televisivo C'era una volta la città dei matti racconta invece la storia dello psichiatra Franco Basaglia e della riforma che portò alla chiusura dei manicomi in Italia. Anche film come Si può fare di Giulio Manfredonia o il celebre 
Qualcuno volò sul nido del cuculo
 di Miloš Forman hanno contribuito a raccontare la vita dentro le istituzioni psichiatriche e le contraddizioni di quel sistema. 

Un omaggio dal Fondo fotografico ex Ospedale Psichiatrico San Lazzaro:

👉Qui la pagina con la bibliografia dedicata alla fotografia al San Lazzaro con anche dei focus sui fotografia (tra cui Emilio Poli E Giovanni M.) con le date delle loro attività. 

👉Qui un e-book scritto dal Fondo fotografico sulla fotografia al San Lazzaro. E a breve ne verrà pubblicato uno dedicato ai fotografi del San Lazzaro.

Quello che la fotografia non poteva cancellare

C’è una cosa curiosa che ho pensato durante queste ricerche, e che riguarda le fotografie delle donne di San Lazzaro. Sono nate come strumenti di classificazione, eppure è come se resistessero a qualsiasi tentativo di ridurre le persone ritratte a una categoria. Non sappiamo quasi nulla di loro, niente della loro storia, dei loro pensieri e delle loro esperienze, ma i loro volti sono arrivati fino a noi con una naturalezza spiazzante. Mi resta il desiderio di averle potute conoscere, ascoltarle mentre raccontano di sé, osservare dal vivo i loro sguardi.

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Le immagini dell'Ospedale Psichiatrico San Lazzaro di Reggio Emilia sono pubblicate su concessione dell’Azienda USL di Reggio Emilia IRCCS – Prot. 39545/2026. Vietata l’ulteriore riproduzione.

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