Vita semiseria da blogger - Parte 1

Conosci quella domanda? "Ah, scrivi sul blog? Che bello, dev'essere terapeutico." Sì, certo. Terapeutico. Come montare un mobile IKEA senza istruzioni mentre qualcunə ti dice che "dovrebbe essere intuitivo". Come convincerti che XML è solo un formato di testo e non una cospirazione contro la tua sanità mentale. 

Terapeutico, in effetti, nel senso che prima o poi ti rassegni.

Ecco, il blog funziona più o meno così. Solo che al posto delle viti avanzate alla fine, hai le idee avanzate all'inizio, e non sai mai bene dove metterle.

L'inquilina abusiva di casa mia si chiama Pila

Prima di arrivare alla tastiera, ogni articolo nasce lì: in quella zona franca della casa che un tempo era uno studio e ora è un ecosistema autonomo. Libri di fotografia ovunque; saggi, manuali, cataloghi, monografie, testi introvabili comprati ovunque con la scusa che "mi serviranno di sicuro"

Al centro di tutto, la protagonista: la Pila. Non una pila qualsiasi — La Pila. Quella che occupa l'angolo dello studio come un'inquilina abusiva che ha trovato il suo posto nel mondo e non ha nessuna intenzione di andarsene. Ogni tanto la guardo e mi chiedo se lei guardi anche me. Ha quello sguardo lì, un po' giudicante, un po' ironico, come per dire: "Davvero pensi di leggere tutto questo prima dell'estinzione della specie umana?"
Non posso darle torto. 

E tuttavia continuo ad aggiungere volumi. È un problema? Forse. È anche l'unico modo che conosco per fare ricerca: sfogliare, annotare, abbandonare sul tavolo, riprendere, perdere il segno, ricominciare. Ogni articolo nasce da qualche parte in questo caos, una fotografa interessante, un archivio consultato per caso, un libro che mi richiama dalla Pila.

L'arte del silenzio 

(ovvero: scrivere mail che cadono nel vuoto)

Se pensi che scrivere di fotografe sia il romanticismo di archivi polverosi, ti sbagli di grosso. C'è un'altra fase, quella che nessunə racconta: quella delle mail.
Funziona così: scrivi una mail, la rileggi tre volte per controllare che non ci siano refusi, errori di tono, o frasi che potrebbero sembrare più strane di quanto intendi. La mandi. Poi aspetti...  Silenzio.
Rileggi la mail inviata. Forse l'oggetto era sbagliato. Forse il tono era troppo formale. O troppo informale. O forse "Ciao, posso scrivere di te?" viene letto da certi filtri antispam come un tentativo di phishing poetico.
Ci riprovi. Cautamente. Con la stessa energia di chi bussa una seconda volta sapendo che forse nessunə è in casa, ma bussa lo stesso. Ancora silenzio. Oppure, ad un certo punto, una risposta automatica ti informa che l'indirizzo non esiste più.
E poi, ogni tanto, risponde una persona reale, succede. E risponde con materiale, con foto, con informazioni che non sapevi nemmeno esistessero. Con un sì!

E lì capisci perché hai mandato quella mail, perché hai aspettato, perché hai riletto la bozza quattro volte. Perché quel sì trasforma una curiosità in un articolo completo, con immagini e citazioni e un senso che va oltre il blog stesso. La storia di quella fotografa diventa qualcosa di raccontato, di restituito. Ed è esattamente per questo che ne vale la pena.

Ma non finisce mica qui...

A presto con "Vita semiseria da blogger",  parte 2!

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