Il blur prima dei social
Anni fa facevo parte di un piccolo gruppo online, scomparso insieme a quell’internet più lento, si chiamava Blur Photography.
Niente algoritmi, niente filtri, niente caccia al like: solo persone che si scambiavano immagini mosse, sfocate, sbagliate. Non lo sapevamo, ma stavamo già camminando dentro il territorio raccontato da Chéroux in L’errore fotografico: il varco dove l’immagine smette di essere oggetto da esporre e diventa messaggio da interpretare. Per me era casa. Finalmente potevo sbagliare senza dovermi giustificare.
Quando "Anonimo" ha un volto
Sfogliando il libro, però, qualcosa si muove sotto pelle: la maggior parte delle fotografie è attribuita a "fotoamatore anonimo". Questo "anonimo" mi rimbalza in testa finché riemerge la frase di Virginia Woolf: “Per la maggior parte della storia, anonimo era una donna.” A quel punto la prospettiva cambia. L’errore non è più solo un difetto tecnico: è la cancellazione di chi ha scattato, il modo in cui la storia ha tolto nome e voce a chi guardava il mondo da angolazioni non autorizzate. Quante di queste immagini senza autore hanno in realtà un nome femminile mai scritto?
Una superficie sgranata, ostinata, è un errore che non vuole essere corretto, non vuole essere elegante. Esiste. E questa esistenza un po’ storta diventa un gesto di resistenza.
Le fotografie sbagliate non cercano di piacere. E in un mondo che chiede di essere, sempre, “a posto”, l’imperfezione diventa un atto politico, una forma di libertà che non passa dall’approvazione altrui.
Quante volte nella vita ci siamo sentitə così: sfocatə, isolate, fuori registro? Quante volte ci è stato detto che “non siamo precise”, “non siamo nitide”, “non siamo giuste”? Eppure, a volte, è proprio lo scarto che mostra la verità.
Pagina 122, figura 80, succede qualcosa di diverso: l’errore diventa quasi calligrafico, come se la fotografia disegnasse da sola un altro modo di vedere, un’annotazione che non dipende più dalla tecnica ma da ciò che sfugge al controllo.
Qui penso ancora a Woolf e al suo “Anonimo era una donna”.
Perché questa immagine, come tante altre nel libro, sembra scritta da mani che lavoravano ai margini: casalinghe con una macchina fotografica presa “per provare”, donne che non avrebbero mai firmato un negativo, ragazze che hanno scattato prima che qualcuno decidesse che la fotografia era una cosa seria, e non per loro.
L’errore come eredità
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