🌈Catherine Opie, o del guardare senza chiedere scusa

Con Catherine Opie ho un rapporto un po’ scomodo. Non è una di quelle fotografe che “ti piacciono subito”. Perché non ti viene incontro. E forse è proprio per questo che continuo a tornarci.

Le sue immagini non chiedono consenso a nessunə.

La prima volta che ho incontrato il suo lavoro – non ricordo nemmeno più quando, ma penso che fosse  il momento giusto – ho avuto una sensazione netta: qui non c’è una rappresentazione, ma c’è un'appartenenza. Non è una differenza da poco, soprattutto se parliamo di corpi queer, di comunità storicamente guardate da fuori, spiegate, interpretate, normalizzate.

Catherine Opie fotografa da dentro. E questa cosa, nella fotografia, si sente subito perché c’è eroismo, non c’è didattica I suoi ritratti non cercano di “educare” chi guarda, né di rendere le soggettività queer più digeribili. Corpi, posture, sguardi: tutto resta lì, senza sottotitoli.

Being and Having, i ritratti butch, la comunità leather, le famiglie lesbiche, gli autoritratti. Oggi si studinno nei musei, llsi citano nei testi critici, si inseriscono nei programmi universitari. Ma quando sono nati erano tutt’altro che rassicuranti. Erano immagini che si prendevano il diritto di esistere senza chiedere niente a nessunə. Questo è il punto importante.

Il corpo come scelta, non come simbolo

Nei lavori di Opie il corpo non diventa mai metafora, non “rappresenta” qualcosa di più grande. È un corpo e basta. Con cicatrici, segni, identità visibili e invisibili.

Questa cosa mi mette in difficoltà perché mi obbliga a chiedermi quanto spesso, anche in buona fede, uso il corpo altrui per dire qualcos’altro. Quanto spesso cerco una foto “che funzioni”, invece di una relazione che tenga.

Le sue immagini mi ricordano che fotografare è una presa di posizione, non un gesto neutro. E che la neutralità, soprattutto quando parliamo di visibilità queer, è spesso solo un modo elegante per non esporsi.

Pride, oggi, e lo sguardo che serve

Inserire Catherine Opie in un percorso sul Pride, non significa celebrare una pioniera e basta, ma significa riportare al centro una domanda che rischiamo di dimenticare, ora che la visibilità sembra ovunque: chi sta guardando chi, e a quale prezzo?

In un tempo in cui le immagini queer vengono consumate, condivise, svuotate e rese compatibili, il suo lavoro resta ostinatamente incompatibile.

Perché continuo a tornarci

Ogni volta che guardo una fotografia di Catherine Opie mi sento un po’ meno comoda. Mi ricorda che lo sguardo è sempre una responsabilità, e mi ricorda perché ho iniziato a fotografare.

E non è una sensazione negativa, è una specie di bussola.

E se il Pride è anche memoria e resistenza quotidiana – non solo festa – allora sì: Catherine Opie è una presenza necessaria.