Non ho mai visto Ornella Vanoni come un monumento. I monumenti servono a rassicurare, lei no. La sua libertà era un po' scomoda, a volte rumorosa e spesso divertente, a volte fragile, sempre autentica. Parlare di Ornella oggi significa pensare a cosa vuol dire essere libere quando la libertà non è concessa, ma si conquista a rischio di giudizio e solitudine.
La verità...vera
Non voglio fare la lista dei suoi successi o delle sue canzoni celebri, anche se sono tutte parte della sua e della nostra storia. Voglio parlare di ciò che rende la sua figura ancora viva: la capacità di esporsi, di essere vulnerabile senza scusarsi, di vivere le contraddizioni come parte della propria forza. La libertà di Vanoni non prometteva felicità immediata, ma offriva una verità ...vera.
Essere libera significava pagare un prezzo alto
Nei suoi scritti e nelle interviste più recenti, Vanoni parla di sofferenza e gioia senza filtri. Dice cose come: «Ho fatto soffrire? Temo di sì. Ho sofferto? Tantissimo.» E in queste parole c'è il cuore della sua libertà: la scelta di non nascondere mai ciò che prova, nemmeno quando la società pretende che le donne siano composte, perfette, rassicuranti. (ansa.it)È proprio in queste contraddizioni che si misura la libertà reale: essere se stesse senza il filtro del consenso. Esporsi, a volte sbagliare, accogliere la propria fragilità. È una libertà che fa paura, che ancora oggi può mettere a disagio, perché richiede coraggio. La Vanoni degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta lo sapeva bene: essere libera significava pagare un prezzo alto, spesso in silenzio.
Se Ornella Vanoni iniziasse oggi con la stessa voce, la stessa franchezza, la stessa vulnerabilità, sapremmo reggerla? La tollereremmo davvero o cercheremmo di addomesticarla, renderla rassicurante, mettere un freno al suo desiderio di esprimersi senza compromessi?
Scrivere di lei oggi non è solo ricordarla: è chiedersi che tipo di libertà riconosciamo alle donne nel presente e quanto siamo dispostə a lasciare che disturbino, che ci mettano a disagio, che ci costringano a riflettere.
La sua libertà non mi consola, ma resta un invito a guardare meglio, a non accettare definizioni facili di cosa significhi essere davvero libere.
Foto: Wikipedia
Estratto dell'intervista di Repubblica di Ornella Vanoni con Natalia Aspesi
Natalia Aspesi: Facciamo l’elenco delle malattie? Io ho avuto un bell’ictus, tanto per dire…
Ornella Vanoni: Io un pacemaker, la valvola mitralica, sono caduta in un buco, colpa del Comune, e mi son rotta il femore. Però ora sto benissimo.
Aspesi: Lo vedo. Sei anche carina, diciamo, nel tuo genere... Ma il fatto che oggi siamo qui a chiacchierare, noi due, signore non giovani, diciamo pure vecchie, a te non fa impressione?
Un paio di mesi fa il sindaco di Milano, Sala, spinto da qualche signora che non sa più che fare dei suoi anni, ha raccolto sette o otto giovanotti, comprese Liliana Segre e me, 94 e 95, che avvicinandosi ai 100 sono tuttora molto attivi in posizioni importanti. Ci hanno dato anche un premio piccino. Tra loro c’era il “meno giovane” che mi batteva, 96 anni, ed era il professor Silvio Garattini, oncologo e farmacologo geniale, fondatore dell’istituto Mario Negri, un uomo che direi sexyissimo. Conosci anche tu dei novantenni quasi sexy? (...) Senti, non c’entra niente, ma volevo chiederti una cosa. Ma tu ti ricordi quando Mina si è ritirata? A te che impressione ti fa una che all’improvviso decide di smettere mentre ha ancora successo? A te, allora, fece impressione o no?
Vanoni: No, ma perché io so perché ha lasciato l’Italia. Lo so, ma non te lo dico. (...)
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